lunedì 18 ottobre 2010

Il dono dell'uomo che veniva da un romanzo

La magione della solitudine si leggeva su una piccola lastra di marmo che sembrava una lapide. Il citofono gracchiò come una vecchia radio fuori onda, poi il cancello si aprì silenziosamente. Strano. Avrei giurato che avrebbe cigolato in modo sinistro con la sua voce arrugginita. Un uomo ci stava venendo incontro; il sentiero era leggermente in salita e la sua figura massiccia compariva a poco a poco sull’orizzonte: prima il cappellaccio, poi il naso che si divideva lo spazio del viso con un paio di baffoni, la giubba e infine gli stivali. Come se la mano veloce di un disegnatore ne stesse schizzando la fisionomia sotto i nostri occhi.
“Bisogna potare le siepi e tagliare l’erba e poi c’è da pulire l’aiuola dei tulipani laggiù.”
“Sarà fatto, stia tranquillo!”
Mio padre era così gentile con quel tipo mentre con me, soprattutto dopo l’ultimo votaccio a scuola, sputacchiava solo qualche accidenti. E di traverso per giunta. Io facevo finta di niente. Quando mio padre è arrabbiato, è meglio lasciarlo raffreddare fino a farlo tornare a temperatura ambiente. L’ho imparato sulla mia pelle. Nel vero senso della parola perché qualche scapaccione me l’ha mollato di tanto in tanto.
“E poi c’è l’orto dall’altra parte del parco. Bisogna seminare.”
Risalimmo sul camioncino, entrammo nel parco e subito il cancello si richiuse come se fosse stato lì ad aspettarci.
“Ci stanno spiando, pa’.”
“Ma non dire fesserie. Chi vuoi che abbia tempo da perdere per spiare due come noi?”
“Non lo so… però quel cancello! O qualcuno l’ha chiuso perché ci ha visto entrare oppure è un cancello intelligente…”
“Almeno qualcuno intelligente c’è. Mi piacerebbe che tu fossi intelligente – non dico tanto – la metà di quel cancello. E adesso sotto! Bisogna lavorare. Chi non studia, lavora. E chi non lavora, non mangia!”
E così lui si mise di buona lena con il tagliaerba e io a rastrellare le foglie fino a quando andiamo a vedere l’orto mi disse. Ci ritrovammo dall’altra parte del parco. Mi lasciò i semi, un paio di raccomandazioni e si allontanò. Restai da solo, euforico e un po’ inquieto: stavo facendo qualcosa di insolito per un ragazzo abituato ad ammuffire sui libri, in un posto che… beh, qualche brividino lo poteva anche far venire.
Preparai il terreno e iniziai a seminare pomodori, insalatina e tutto il resto. Le istruzioni di mio padre prevedevano che all’una in punto avrei dovuto staccare, tornare da lui per uno spuntino e riprendere il lavoro alle due.
Così feci.
Mentre tornavo all’orto vidi da lontano il guardiano con un altro uomo. Era magro e lungo come un palo. E poi quella palandrana nera che gli arrivava ai piedi! La sua immagine fece risuonare dentro di me il ricordo di un film che mi aveva terrorizzato: Belfagor!
Incominciava a circolarmi dentro un po’ di fifa, cercai di concentrarmi sul lavoro, ma… i semi che avevo depositato nel terreno non c’erano più. Chi vuoi che rubi i semi provai a rincuorarmi. Saranno stati gli uccellini. Ripresi a seminare. L’orto era fatto a L e cingeva un boschetto di betulle. Girato l’angolo, decisi di tornare indietro per tenere d’occhio i passeri. Gliel’avrei fatta vedere io. Non mi sarei preso una sventola da mio padre per colpa loro. Sorpresa! Non c’erano volatili, ma una bambina. Mi avvicinai lentamente e vidi che… sì, vidi che stava mangiandosi i semi. Proprio come i passeri.
“Ehi! Cosa fai con i miei semi?”
Cercò di scappare, ma la acciuffai. Mi guardò. La bocca stava ancora masticando, come si fa a masticare i semi, pensai, e gli occhi erano marroni come la terra e i capelli pure e la pelle… anche quella marrone.
“Sei una ladra!” dissi anche se non mi sembrava il tipo.
“Ma tu non lo dirai a nessuno, vero?”
“E perché non dovrei? Vuoi che diventi tuo complice? Lo senti poi mio padre se il proprietario, quello…”
“…Scannacuori. Fiero Scannacuori. E’ proprio lui la causa di tutto. Mio padre lavorava per lui e l’ha licenziato perché è troppo vecchio. Ero disperata quando un giorno…”
“Un giorno?”
“Un giorno – ero sulla strada che porta al paese – un uomo con un carretto si fermò vicino a me. Era gentile e gli raccontai tutto.”
Eh, ne ho sentito di storie io. Non faccio per dire, ma vengo da un romanzo e lì le storie non mancano di sicuro mi disse… Come si fa a venire da un romanzo?... Eh, si fa, si fa. Sono stato dappertutto, perfino dove abitano i morti. Però non mi piaceva, troppo silenzio. Ne ho conosciuta di gente e qualcuno – non mi ricordo chi – mi ha insegnato che le cose si possono trasformare. Prova a mangiare... Cos’è?... Un seme di mela... Che schifo!... Mangia, prova.
“Mangiai e subito uno strano rumore nella mia pancia mi fece spaventare. Glielo dissi, ma è normale rispose. Un solletichino in gola e – lo so che sembra una pazzia – tirai su una bella mela, rossa e tonda che mi uscì dalla bocca.”
Visto? Le cose si possono trasformare. Tu e la tua famiglia non avrete più fame.
“Ma mi prendi per scemo? Guarda che chiamo il signor Fiero Scannacuori e ti faccio dare una bella lezione!”
“No, per carità! Non ti sto prendendo in giro, lasciami andare avanti.”
Chissà perché, sentivo di potermi fidare anche se quella bambina era davvero uno strano personaggio.
“Una volta continuò l’uomo arrivai con il mio carretto – sono un merciaio – in un paese dove un tizio con la divisa dettava legge. Si chiamava capitan Comando e tutti gli ubbidivano e avevano paura. Ricordai un altro trucchetto imparato chissà dove. Se qualcuno ce l’ha con te, basta sciogliere il suo nome nelle lettere che lo compongono e poi rimetterle insieme così come vengono, ah, a proposito, un’altra regola: quando le cose vanno male… possono solo andare meglio. Comando diventò Macondo e divenne tanto buono che i suoi concittadini diedero alla città il suo nome.”
“Non voglio ascoltare una parola di più”
“Fammi finire. Mi disse ancora Ti regalo tutti i miei trucchetti però tu… a proposito, come ti chiami?... Michaila… Non va bene. Adesso ti chiami Alchimia: io cambio il nome a te e tu cambierai quello che vorrai”.
“Cosa fate nel mio orto? State rubando, vero? Ma adesso vi sistemo io!”
L’uomo che assomigliava a Belfagor era lì e stava agitando un grosso bastone.
“Non abbiamo fatto niente di male. Sono il figlio del giardiniere e lei… è una mia amica.”
“Altro che giardiniere, altro che amica… adesso chiamo la polizia.”
“Non lo faccia signore. Sono figlia unica e i miei…”
Pensai all’uomo che veniva da un romanzo, al suo racconto e …Piero Scancafiori feci, ma niente.
“Cosa dici?” gridò Belfagor
“Fiancancuori…” niente ancora.
“Cosa diavolo stai dicendo?”
“Nero Cascanfiori…Cuore… Cuore Nascanfiori!”
All’improvviso gli occhi spioventi di Scannacuori si girarono insù come gli angoli della bocca e il viso si spianò in un placido sorriso.
“Nascanfiori! Nascanfiori!”
Anche le spalle si drizzarono e tutta la figura dell’uomo si dilatò in un sospiro armonioso.
“Nascanfiori!”
La sua voce si fece di zucchero.
“Mi sento strano, come se tutti i problemi se ne fossero andati a quel paese. Che diavoleria mi avete fatto? Ma non importa, qualunque sia, ben venga. La prendo come un regalo!”
“E adesso?” la voce di Alchimia tremava leggermente.
“E adesso devo sdebitarmi, non vi pare? Cosa posso fare per voi?”
“Riassumere mio padre.”
“Dire al mio che sono bravissimo.”
“Va bene, va bene, ma intanto voi potete venire qui quando volete.”
“Dice sul serio? Qui alla Magione della solitudine?”
Magione della solitudine un accidenti. Questa tenuta d’ora in poi si chiamerà… si chiamerà… vediamo un po’… ci sono…Il dono utile e la sua magia!”
“Ehi! Sa trasformare anche lui le cose e i nomi” bisbigliai ad Alchimia mentre Scannacuori, pardon… Nascanfiori si allontanava felice.
“E’ sulla buona strada. Vuoi vedere che…”
“Vuoi vedere che cosa?”
“Forse ha incontrato anche lui l’uomo che veniva da un romanzo!”
E adesso ragazzi... tocca a voi!

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