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venerdì 11 gennaio 2013

L'Elfo e l' Albero 2


Camminarono nella foresta la foresta, arrivando fino ad un ruscello, molto rinfrescante per Tarimas. Era stanco.                                                                                      “Non possiamo riposarci un attimo? Sono ore che camminiamo senza sosta.” Questo disse l’ elfo.
“ Puoi salire sulle mie spalle se vuoi” rispose il vegetale.
“Molto volentieri. Aspetta un momento, qui ci sono segni di lotta: sono tracce di elfi, ne sono sicuro. Ma non c’ è il rosso sangue. Devono essere stati rapiti dagli orchi”
“Le tracce proseguono verso Nord-Est” sentenziò l’ albero.
“Li hanno portati a Mahkrat, la città degli orchi”.
Continuarono a camminare nel fitto della foresta. Il sole splendeva in alto, nel cielo, e li guardava camminare, ma non era il solo. Qualcuno li spiava e questo qualcuno si muoveva con loro, nei cespugli che li circondavano.  D’ un tratto un fruscio, delle corde si avvinghiarono al tronco dell’albero e un sacco venne posto davanti al suo viso, impedendogli la vista. (to be continued...)

Re Julien 2G

lunedì 19 novembre 2012

Diario di un gatto di strada 2


Non avevo passato un sonno tranquillo. La mia mente era stata bombardata di incubi e flashback. riguardanti l’incidente della sera precedente. A proposito: la zampa mi faceva ancora male.                                                                           Almeno il sole splendente di quel mattino mi scaldò la pelliccia.                            In strada non era passata ancora nessuna macchina, capii che quello non era un tragitto molto frequentato. Feci ancora qualche passo, mi riposai, poi camminai ancora. Le ore stavano passando, velocemente, o lentamente, non lo so spiegare, o forse non l'ho mai saputo. Le impronte delle mie zampe nella neve erano chiarissime, ma leggere, come se la forza incominciasse a mancarmi.                                                                                       Mi accorsi di avere fame e più ci pensavo, più me ne veniva. Provai a mangiare la neve, ma non mi soddisfava, anzi, il suo gelo mi arrivava al cervello e me lo bloccava. Provai a mangiare l’erba, ma la vomitai subito. Era sera e ogni minuto che passava avevo sempre più fame, freddo, sonno. In quel momento passò una macchina, ma non la vidi subito e non riuscii neanche a tentare di farmi  notare. Guardai in alto, scorsi la luna fra le nuvole, splendeva. Andai alla ricerca di qualche stella, ma ne trovai solo una, piccola e dalla luce flebile. Così  cercavo, inutilmente, di distrarmi guardando il cielo.          
Andai avanti, zoppicando, finché non mi stancai del tutto.                                          Non ce la facevo più, mi sdraiai su un letto di terra, ancora non dipinta di bianco dalla neve e mi addormentai. Chiusi gli occhi, il mio unico pensiero era riposare.    (to be continued)                                                                             

Re Julien 2G

Diario di un gatto di strada


Nevicava quel giorno, sì nevicava. La neve cadeva lievemente sull’asfalto e sui prati sconfinati attorno ad esso. Il buio della notte era illuminato solo dai lampioni, alti come giganti, che se ne stavano dritti intorno alla strada, come cavalieri in attesa del passaggio di un re.                                                                Il freddo si faceva strada, attraverso la mia pelle, per entrare nelle mie ossa, con il risultato di farmi sentire ancora più debole di quanto non fossi già. Me ne stavo sdraiato sull’erba congelata, ad aspettare il sonno. Il mio pelo, in parte striato e in parte bianco come il latte, veniva continuamente mosso dal vento.                                                                                                                   Avevo appena subito un incidente: stavo attraversando la strada, ero stanco e infreddolito, non avevo guardato se arrivavano automobili, attraversai e basta. O meglio, avevo cercato di attraversare. Appena messa la zampa sull'asfalto era passata una macchina a tutta velocità. Mi colpì in pieno petto, scaraventandomi sul prato. Fortunatamente  non mi feci male, fatta eccezione per la zampa anteriore sinistra. Cadendo, infatti, me la fratturai. Non riuscivo a muoverla.                Almeno la neve serviva a qualcosa: il freddo attutiva il dolore, ma non completamente e le fitte non me le poteva risparmiare nessuno.  Dopo vari tentativi riuscii ad alzarmi e con fatica, a camminare. Mi dissi “Sono un gatto, posso farcela, devo solo andare avanti”. Ma la zampa 
rotta, il freddo e la stanchezza mi permisero di fare solo pochi passi.                                  Dopodiché caddi a terra e poi … il buio più assoluto.        (to be continued)                                  

Re Julien 2G

sabato 17 novembre 2012

L' Elfo e l' Albero


Nella foresta l’ ululato del vento si univa a quello dei lupi.
L’elfo correva, il sudore gli colava dalla fronte. Saltava da un albero all’altro, aveva paura, paura di perdere tutto ciò per cui aveva lottato fino a quel momento.               Gli orchi lo stavano inseguendo, da ore ormai. L’arboreo incominciava a sentirsi stanco. La vista si appannava, i piedi inciampavano nei rami, fino a che cadde a terra. L’ erba era fresca e l’elfo ne sentiva il profumo. Ma a quell’aroma leggiadro si aggiungeva il fetore degli orchi, che continuavano a correre, con le lance, rozze ma appuntite, che potevano forare la pietra. La creatura dei boschi arrivò ai piedi di una montagna: era in trappola.
Gli orchi si avvicinavano, in cerchio. Ma arrivò qualcuno, o qualcosa, che fece scappare gli orrendi esseri.
L’elfo si girò e vide un ombra oscurare la luna. Era alta, grossa, imponente e sicuramente spaventosa…
                     
Il mattino dopo riaprì gli occhi. Doveva essere svenuto. Guardò ad Est. Il sole sorgeva tra le nubi.                                                                                                                  Si accorse di essere appoggiato a qualcosa di duro, legnoso.
Guardò dietro di sé e per poco non svenne di nuovo. Un albero.
“Sei tu che mi hai salvato ieri notte?” chiese Tarimas, un po’ impaurito.
“Sì piccolo elfo, sì.”. Queste parole rimbombarono nelle orecchie appuntite di Tarimas: l’albero parlava.
“Qual è il tuo nome albero?”
“Il mio nome? Noi del popolo degli alberi non abbiamo nome. Esistiamo dall'inizio dei tempi e non ci sono mai stati attribuiti nomi. Ma ora, elfo, parlami di te.”
“Sono Tarimas, così dice il mio elmo. Quest’elmo è l’unica cosa che mi è rimasta. Il mio villaggio è stato distrutto dagli orchi, che volevano uccidere tutta la gente. Ma quando si sono accorti che ero rimasto vivo, ero già scappato nella foresta. Così mi 
danno la caccia.”
L’ albero ne sapeva qualcosa di questa storia, ma lo avrebbe rivelato all’elfo molto più tardi…

To be continued…                              

Re Julien 2G

giovedì 15 novembre 2012

INCUBO-NON-INCUBO

Fatica, stanchezza, appena visto un film dell'orrore con il mio ragazzo.
Arrivo a casa e ancora vestita, mi butto sul letto.
Dormo.
Comincio a sognare.
Corro. Corro su un campo fiorito. Dopo un po', quel campo così carino e fiorito, si trasforma in una spiaggia. Comincio a preoccuparmi. Voglio smetterla di correre e fermarmi a pensare e ragionare sul cambiamento di luogo, ma le mie gambe non ne vogliono sapere.
A un certo punto, a quella spiaggia tranquilla, si aggiunge l'acqua.
Come faccio a respirare? Eppure riuscivo. Che strano!
Su quella spiaggia ci sono anche dei relitti di navi e aerei.
E questi squali che mi girano attorno? Non mi attaccano? Non mi vedono? Non hanno fame?
Passo davanti a un mostro di pietra. Io, sono una ragazza curiosa. Vado lì e la tocco.
In un nano secondo, il mostro di pietra si alza e incomincia a inseguirmi: urlo:"Aaaaaaaah!", ma il mio urlo si trasforma in fretta in un terribile:"Drinnnnn!"
Apro gli occhi e mi giro a sinistra. Trattengo il respiro:"Meno male... è solo la sveglia. è stato solo un terribile incubo!"
Ho ancora le scarpe e i vestiti dell'altra sera e dell'incubo. Ma cos'è che mi da' fastidio? Tolgo la scarpa destra, la rovescio e ne esce della sabbia umida.
Grido:"Allora non era un incubo!".  Svengo.



AMERICA 2^G

Diario di un gatto di strada 3


Fui svegliato dal rumore del motore di un’automobile. Ma non aprii subito gli occhi: volevo godermi il tepore in cui ero avvolto. Aspettai un attimo. Il motore di un’ auto, il tepore … “Mi hanno salvato” pensai.  Si', dev’essere proprio così. Ero avvolto in una coperta e restai così per almeno un’altra ora. Poi sbadigliai e spinsi fuori la testa dalla coperta. Mi alzai, mi stiracchiai.                                                                                                              L’interno della macchina era grigio, come presumibilmente l’esterno e io ero nel sedile posteriore di mezzo. Alla mia sinistra c’era un bambino, aveva i capelli castani, come gli occhi e somigliava moltissimo alla sorella, più grande, alla mia destra. Mi accorsi che davanti a me c’era un tovagliolo e sopra di esso … carne! Mi avventai subito sul cibo e appena gli umani si accorsero che ero sveglio, incominciarono a parlare, io non capivo. Ad un certo punto anche le persone sedute davanti si voltarono a guardarmi: una donna dai capelli e dagli occhi marroni e un uomo dagli occhi azzurri come il cielo e i capelli neri come la notte, con qualche sfumatura di grigio. Sorrisero e poi si voltarono dicendo qualcosa.  Il viaggio continuava tranquillo verso nord.                                                                 Ripresi a dormire più tardi e quando mi svegliai la macchina era ferma. Qualcuno, credo l’ uomo dagli occhi azzurri, mi prese tra le braccia e mi portò in casa, un nuovo, caldo mondo. La esplorai tutta quella sera, ero eccitato, euforico, mi strusciai contro le gambe di tutti, mi sentivo per la prima volta a 
in una vera famiglia. Quella sera mi diedero come pasto altra carne, perché non avevano cibo per gatti. In seguito scoprii che quel giorno era il 26 dicembre 2011.


Re Julien 2G

martedì 13 novembre 2012

FULMINI E SAETTE: parte prima: il messaggio.

Erano le sei e mezza del primo giorno di settembre, quando al numero dodici della dodicesima strada di New York un'infernale sveglia squillò all'impazzata, svegliando tutti gli abitanti della casa al numero dodici.
Era una giornata importante per i Peters: i quattro abitanti di quella casa erano emozionatissimi poiché quel giorno la loro figlia minore Kayla avrebbe iniziato la prima elementare e i Peters volevano che tutto fosse perfetto per la seconda nata, "la piccolina di casa" come la chiamavano loro.
La loro figlia maggiore, Skyler, invece avrebbe iniziato la seconda media.
Skyler aveva lunghissimi capelli ricci e color fiamma, che le arrivavano quasi fino alla vita, lo sguardo azzurro e fiero, la dentatura candida e il viso pallido.
Frequentava una scuola di Manhattan con le sue due migliori amiche Talia e Kate.
Quel giorno le raggiunse alla fermata dell'autobus:
- Ehi, passate bene le vacanze?- La salutò Talia.
-Sì, tranne per una cosa: i compiti.- Rispose Skyler.
-Già, ma vorrei comunque che fosse ancora vacanza.- Continuò Talia.
-Con lei se ne sono andate tutte le cose belle: dormire fino alle dieci, l'estate, tutti i divertimenti...- Proseguì Skyler.
-Ehi!!! Cosa siete, due depresse sull'orlo del suicidio?- Scherzò Kate. Le due amiche risero ed annuirono scherzosamente.
-Comunque lo sapete che abbiamo una nuova prof. di italiano, dicono sia severissima.-
La nuova insegnante la conobbero alla terza ora: entrò in classe come una furia, dirigendosi immediatamente verso la cattedra.
-Allora.- Proruppe interrompendo il chiacchericcio della classe.
-Cosa siete babbuini o ragazzi?- Domandò.
-Non guardatemi con quelle facce inebetite e chiedetemi come mi chiamo.- Proseguì.
-Io sono la professoressa Joanne Elisabeth Black. Ora, tu in prima fila aprì il libro a pagina 5 e inizia a leggere.-
La nuova insegnante fu soprannominata dalla classe, "la simpaticona", per la poco gentile accoglienza che aveva dato alla classe, ma la lezione di italiano fu interrotta quasi alla fine da un annuncio della preside che disse che dovevano recarsi tutti nell'aula delle conferenze perchè la preside potesse "dire due parole" agli alunni ovvero fare il tradizionale discorso di inizio anno alla scuola; Skyler pensò fosse una fortuna, ma invece i suoi problemi iniziarono tutti da li.
L'aula conferenze era la più grande della scuola; vi si tenevano le gare di Dibattito, la consegna dei diplomi e tutte le cose importanti della scuola. Per il discorso della preside inoltre avevano acceso il proiettore.
Le classi entrarono schiamazzando nell'aula e quando arrivarono tutti gli alunni, la preside inizio a parlare di che cosa si aspettasse dagli alunni... e alla fine accese il proiettore per far vedere il video: sul grande schermo comparve una enorme scritta: ATTENTA, e poi un'immagine con una foto di Skyler con sopra del sangue e un pugnale, sotto c'era anche una scritta: FARAI UNA BRUTTA FINE, firmato Fulmine.
A Skyler tutto questo non parve possibile, iniziarono a sudarle le mani, il cuore inizio a batterle a mille e...

                                                                                                  (to be continued...)


Ary

sabato 24 dicembre 2011

La storia di Jack Pot [Parte 4]

Era il 30 novembre. L'ultimo giorno rimanente per vendere le ultime tazze. Stranamente, sia Jacques che Franti erano tranquilli. Non pensavano alla possibile morte di Jack. No, presi com'erano dagli affari avevano in mente solo i soldi. Alla fine la strega non aveva fatto un sortilegio molto astuto, poiché proprio con quelle tazze i due si erano arricchiti a dismisura. Per Jacques, quasi era stata una fortuna averla incontrata.
Niente sarebbe potuto andare meglio. Avrebbero venduto le ultime tazze quel pomeriggio al negozio di Bérard, poi, con i soldi guadagnati, sarebbero partiti per una bella vacanza, lontani da tutti e da tutto.
Quella mattina i due coinquilini se l'erano presa comoda. Si erano svegliati tardi entrambi e, com'erano soliti fare ultimamente, avevano preso a contare i soldi. Grandi progetti balenavano nelle menti dei due amici e la possibilità che qualcosa potesse andare storto non sembrava spaventarli.
L'unico punto nero che avrebbe potuto causare loro qualche problema era l'orario dell'asta. Quel giorno l'unica disponibile era alle 23:00. I due amici si erano dovuti rassegnare, o quella o niente. Semplicemente avrebbero cercato di fare il più in fretta possibile. E così fecero.
Alle 11 di sera l'asta iniziò. Bérard era più pimpante che mai: il successo procuratogli nel vendere le celeberrime tazze nel suo negozio lo aveva reso famoso. Questa volta c'era meno gente del solito, probabilmente perché era sera. Tuttavia gli spettatori guardavano con un tale interesse Jacques e il suo socio che perfino un bambino avrebbe capito che le tazze erano molto richieste.
Jacques non volle indugiare e iniziò a parlare sputacchiando nel microfono.
- Gente, forse non sapete che il famosissimo artista Jack Pot ha iniziato una nuova collezione di opere ancora misteriosa per i suoi ammiratori e che quelle che vedete dietro di me sono veramente le ultime tazze rimaste in circolazione. Partiamo da un offerta di 11.000 euro.
Come al solito, un ammasso di mani si alzò confusamente. Qualcuno iniziò a gridare. Altri rispondevano. Due anziane stavano litigando tra di loro.
- 12 mila!
- Pff... 13 mila!
- Ma che dite, 13 mila e 500!
Franti e Jacques si guardarono soddisfatti, ma anche un po' spaventati. Avrebbero dovuto aspettarselo. Con tutta quella gente che litigava ci avrebbero messo più di un'ora a vendere tutte le tazze. Così, mentre Franti tentava di riportare l'ordine gridando, Jacques distribuiva un po' a casaccio le tazze, ritirando i soldi e gli assegni. La cosa andò avanti per un bel po' e fortunatamente, quando l'ordine fu riportato, mancavano solo 3 tazze.
Erano le 23:50. Dieci minuti prima della mezzanotte. Sembrava la fiaba di Cenerentola.
Jacques, senza più fiato, iniziò la vendita delle ultime tazze. Oramai quasi tutti avevano la loro carabattola ed erano soddisfatti. Soltanto quattro signore alzarono ancora la mano, intenzionate a regalare quelle tazze ad alcune loro amiche. Inevitabilmente iniziarono a battibeccare anche loro, sotto agli sguardi dei presenti.
Ma ad un certo punto successe una cosa che nessuno si aspettava. Un bambino in prima fila, che probabilmente Jacques non aveva notato entrando, si alzò in piedi e parlò davanti a tutti.
- Ma perché litigate? Non avete ancora capito? Ho svolto una piccola indagine per conto mio, curioso di scoprire la provenienza di questi oggetti così ricercati e ho scoperto che moltissima gente di Parigi oramai è in possesso della medesima tazza. Tazze tutte uguali, non una diversa dall'altra. Ebbene, anche su Internet le vendite continuavano ad andare avanti e cosa ho scoperto? Che sono in numero limitato? Ma quale numero limitato, se quasi mezza Parigi ha acquistato le famose tazze di Jack Pot! E poi che cosa avrebbero tanto di speciale? Semplici tazze con incise una J. e una P. Sarei capace anch'io di crearne una uguale. Proprio non capisco come mai siate così stregati da quegli oggetti.
La gente si guardava allibita, qualcuno timidamente gli dava ragione, ma quasi tutti stavano in silenzio. Franti era rimasto scioccato e Jacques non riusciva a far altro che guardare sconvolto quel ragazzino, rosso in faccia, e con nulla da dire per controbattere. Era stato l'unico ad aver capito l'inganno. Franti guardò preoccupato il suo socio, con l'espressione in viso "E adesso che facciamo?", ma lui continuava a fissare il vuoto. E di sicuro, tra tutte le cose che immaginava avrebbe fatto, quella che fece non se l'aspettava.
Jacques sorrise semplicemente e arrossì. Posò lo scatolone con le ultime tazze rimaste e si schiarì la voce. Tutti i presenti si aspettavano che dicesse qualcosa. Lui li guardò, uno ad uno, senza smettere di sorridere. Franti era pallido in viso e non sapeva cosa fare.
Ad un certo punto Jacques aprì la bocca per parlare. Le persone trattennero il fiato. Bérard cercava di tenere in piedi Franti, che non si sentiva bene. Ma Jacques disse solo:
- Un bambino è arrivato dove voi non siete riusciti.
Pausa.
- Siete così stupidi!
Poi un vortice apparso dal nulla lo avvolse e sempre sorridendo, egli scomparve.
FINE

La storia di Jack Pot [Parte 3]

Jacques e Franti scrutarono meglio la folla, sorpresi. Qualcuno si era davvero bevuto la storia dell'artista americano.
Senza lasciarsi scappare l'occasione, Franti continuò:
- Ok, abbiamo un'offerta di cinquemila euro. C'è qualche altro signore disposto a pagare di più?
Per la prima volta, Jacques aveva avuto ragione su qualcosa. Non interessava a nessuno indagare sulla provenienza di quegli oggetti, se fossero vecchi, nuovi, autentici o falsi.
Magicamente, un fruscio di braccia si sollevò piano piano verso il cielo.
In un battito di ciglia, Jacques si ritrovò a casa con un gruzzoletto in mano. Continuava a sfogliare le banconote, per accertarsi che tutto fosse vero. Aveva davvero venduto le tazze all'asta?
- Mi devi il 60% comunque - Franti interruppe i suoi sogni. - Non credere che il mio aiuto passi inosservato. Io costo, amico mio, ed è solo merito del sottoscritto se hai iniziato a fare qualche affare.
- Avaro! Non più del 20%
- Non un centesimo in meno del 50%
Ma alla fine spesero i soldi insieme, per la casa.
Iniziò così un'altra settimana. I giorni passarono veloci, tra un'asta e l'altra in giro per Parigi. Franti aveva trovato il modo di rifilare alcune tazze su Internet. La parola magica era "numero limitato". E la gente comprava tutto.
Il trucco stava nel passaparola. Signore anziane chiacchieravano sempre dell'ultimo acquisto di taluno e dell'ultima compera di talaltro. Poi esibivano i propri acquisti. Un ottimo pezzo d'antiquariato, creato da un celeberrimo artista newyorkese. E tutti se la bevevano, perché se l'aveva comprato taluno allora doveva essere famosissimo ed erano disposti a pagare cifre stratosferiche pur di appropriarsi velocemente di quella carabattola. Sapevano che erano in numero limitato.
E passò un'altra settimana. E un'altra ancora.
E dopo pochi giorni, i due soci in affari realizzarono compiaciuti che restava solo uno scatolone.
...CONTINUA...

venerdì 18 novembre 2011

La storia di Jack Pot [Parte 2]

- Che scherzo è questo?
La minuta figura di Bérard s'innalzava davanti a lui.
- Tazze? Hai intenzione di vendere tazze? Quando ti ho concesso l'asta pensavo volessi vendere quadri!
- Sono contrario ai quadri. Tutti noi disegniamo, eppure solo alcuni dipinti sono famosi. Alcuni, tra i più inutili vengono pagati moltissimi soldi, mentre quelli magari più significativi sono ancora del tutto sconosciuti. Quindi alla fine dipingiamo solo per noi stessi. Lascia fare a me, so cosa faccio.
Bérard si fermò a fissarlo per un istante, poi sbuffò rassegnato e si allontanò a passo di marcia.
L'asta stava per cominciare e il porticato davanti al negozio si riempiva mano a mano di persone di ogni genere. Bérard indugiò a iniziare l'asta, finchè anche gli ultimi ritardatari non arrivarono affannati, senza trovare posto.
Il tempo passò abbastanza lentamente. I venditori vendevano, i compratori compravano, Bérard urlava al megafono. Gli avvenimenti più eccitanti erano le baruffe tra le signore, che cercavano di venire in possesso di un'orribile sedia.
Finché, al turno di Jacques, si levò un silenzio immediato. L'aria si appesantì, i presenti iniziarono a tossicchiare imbarazzati. Jacques aveva meditato a lungo sulla sua presentazione. Avrebbe spacciato le tazze per i lavori di un grande artista.
- Ecco, signore e signori, quelle che sto per presentarvi sono vere e proprie opere d'arte. Vengono direttamente da un altro continente, sono frutto di un celeberrimo autore Americano. Il suo nome è..
Silenzio.
- Jack Pot. Un uomo affascinante, lasciatemelo dire.
Jacques stava prendendo gusto nel parlare, si mise a passeggiare avanti e indietro davanti al pubblico ed assunse un'aria più teatrale gesticolando.
- Pensate, signore e signori, che egli ha voluto rappresentare la semplicità degli oggetti terreni con queste tazze spoglie. Sopra vi ha inciso le sue iniziali, per distinguere i suoi lavori dalle copie. Se osservate bene, il messaggio che vuole mandare è contenuto all'interno della tazza. Quel buco che si svela dietro alla purezza esteriore della tazza, rappresenta il vuoto che può celarsi dietro all'apparenza delle cose.
Mentre parlava, Jacques cercava di evitare di incontrare lo sguardo sospetto di Bérard, nell'angolo del portico.
- Veniamo ai prezzi. Sto parlando di 5.
La gente iniziò a bisbigliare sorpresa.
- Lo so, lo so, è una super offerta. Rifiutare sarebbe uno spreco.
Qualcuno, dal fondo si alzò per andarsene. Lo seguirono altre due persone. Gli altri iniziavano a spazientirsi.
Improvvisamente, Franti, apparso dal nulla si avvicinò a Jacques.
- Amico, hai veramente intenzione di vendere quella roba per cinque euro? Se vuoi che la gente compri le tue tazze, devi dare loro un valore, un po' di rispetto. Lascia fare a me.
Jacques passò il microfono all'amico, oramai rassegnato a quella che si annunciava un'altra sconfitta. Franti iniziò a fermare la gente che stava per andarsene e a parlare.
- Ovviamente il mio socio si è espresso male. Mica credevate si trattasse di cinque euro. Ahahahahahah. Stiamo parlando di 5.000 euro. Un'offertona da non perdere, considerato il prezzo originale.
Il pubblico era ancora immobile.
- Sono in numero limitato - aggiunse Franti, con un sorriso furbetto.
Silenzio.
E fu proprio in quel momento, Jacques non se lo seppe mai spiegare.
Un brusio di fondo, un movimento lontano. Gli occhi di Franti che stavano scrutando la scena. Una mano piano a piano si alzò

...CONTINUA...

domenica 23 ottobre 2011

La storia di Jack Pot [Parte 1]

C'era un tempo in cui viveva un uomo famoso per le sue truffe. Era Jacques Pottès.
Viveva in Francia, a Parigi, ma la sua fama aveva fatto il Tour de France. Era un uomo alto e barbuto, con gli occhi neri misteriosi e corti capelli marroni. Amava raggirare le donne, le sue innumerevoli fidanzate, a cui regalava delle tazze di ceramica per farle innamorare. Sopra c'erano incise le sue iniziali, J.P. e diceva che così loro avrebbero potuto pensare a lui in ogni momento, perfino a colazione. Un giorno, però, fece l'errore di regalare una di quelle tazze (tutte uguali) ad una strega che, intuito l'imbroglio, gli lanciò un sortilegio. Siccome amava tanto regalare le tazze, sarebbe morto se non ne avesse vendute un milione entro un mese.

- E' già mattina?
Jacques di alzò dal suo enorme letto.
- Cosa vuoi che sia? - rispose Franti.
Jacques si stiracchiò, si strofinò gli occhi e, quando si ricordò che in frigo c'era il gelato, si alzò. Franti era il suo migliore amico e ormai viveva con lui da più di cinque anni, ma a volte Jacques avrebbe voluto spaccargli la faccia. Prese una ciotola e, mentre si versava i cereali, chiese con nonchalance: - Ma me lo sono sognato?
Da quando la strega gli aveva lanciato il sortilegio, si alzava tutte le mattine sperando che fosse solo un sogno. Purtroppo la strega aveva incontrato la persona più superstiziosa di Parigi.
- No, non te lo sei sognato. E' meglio che ti inventi al più presto un modo per vendere tutte quelle tazze. Continuano ad arrivare scatole su scatole piene zeppe di quella roba. Jacques sono passati cinque giorni! E' il momento di cominciare, non credi?
Jacques masticava in silenzio. Deglutì. Stava pensando ad un modo per raggirare le persone.
- Cosa spinge la gente a comprare cianfrusaglie simili? Sono stato a tante mostre qui in giro e ho visto quadri di ogni genere. Ma alcuni completamente inutili. E allora perché valgono tanto?
Era di cattivo umore perché si era appena ricordato del suo tentativo fallito sugli Champs-élysées. Aveva allestito una graziosa bancarella che vendeva tazze, ma nessuno le aveva comprate.
Poi gli venne un colpo di genio e quasi si strozzò con i cereali.
- Ma certo!
Si alzò in piedi, mentre fissava la grande finestra che dava sulla strada.
- Alla gente non interessa da dove provenga l'oggetto interessato. A loro non interessa la qualità. Basta dire che siano in numero limitato.
- E credi davvero che funzionerà?
- Oggi pomeriggio c'è un'asta al negozio di Bérard. Mi deve un favore da quando ho fermato il furfante che gli aveva svuotato la cassa.
- Non l'avevi fermato, l'avevi corrotto.
- E che differenza c'è? Per Bérard sono ancora un eroe.
Si andò a vestire. Guardò l'orologio. Non era mattina, era mezzogiorno.
Uscì di fretta, tutto imbacuccato. Il freddo invernale già stava pungendo quelle gelide mattine autunnali. Per strada le foglie gialle e rosse scricchiolavano sotto i piedi di Jacques, sempre più veloci. Intanto lui osservava la gente che usciva dai negozi. Persone soddisfatte o deluse. Con in mano una carabattola o niente. Arrivò davanti all'insegna mezza arrugginita 'Da Bérard, il mago dell'antiquariato'. Più che mago era l'ossessionato dell'antiquariato.
Entrò accompagnato dal solito tintinnio del campanello. Poi un nano parlante disse: - Benvenuti da Bérard, il mago dell'antiquariato. Lui ha di tutto e di più e troverete sicuramente l'oggetto appropriato.
Bérard era un uomo vecchio e barbuto, capelli grigi e statura bassa. Quasi scompariva dietro al bancone. Salì sullo sgabellino e accolse il potenziale cliente.
- Buongiorno e benvenuto da.. Ah, sei tu Jacques. Hai finalmente deciso di comprare qualcosa?
- Dopo l'orologio senza la lancetta dei minuti che mi hai affibbiato, no grazie.
- Sicuro? Eppure mi è appena arrivato un bellissimo orologio a pendolo che..
Gli arrivava sempre qualcosa. Jacques si chiese da dove prendesse tutta quella roba. Raramente qualcuno entrava nel suo negozio per acquistare qualcosa, ma le sue aste erano seguite da mezza Parigi. Forse grazie alla popolarità del suo nuovo sito Internet.
- Veniamo al dunque, uomo. Mi serve che tu mi inserisca nella tua asta.
Bérard lo guardò sospetto.
- E sentiamo, cosa vorresti vendere?
- A questo penso io. Allora ci stai?
L'uomo sospirò. In fin dei conti gli doveva un favore.
- Va bene, accetto. Ma vedi di trovarti qui alle tre precise.
Alle due e mezza Jacques era già là.

...CONTINUA...

venerdì 3 giugno 2011

Il pianeta Arcobaleno







Il Pianeta Arcobaleno è un paese nascosto che appare solo quando spunta l’arcobaleno. Si trova molto in alto, talmente in alto da toccare le nuvole. Infatti alcune parti del paesaggio sono fatte di nuvole; tra queste ci sono le montagne, ma in particolare i vulcani, da cui, quando eruttano, o come dicono lì quando eraggiano, fuoriescono raggi di sole.
È un mondo del tutto naturale, in cui i pali della luce sono fatti di alberi, in cui vive un gruppo di lucciole che fa luce quando arriva la sera.
Ogni casa è situata su una collinetta e ha una piscina in cui al posto dell’acqua c’è del latte. Su ogni collinetta c’è un parco gioc
hi in cui gli scivoli sono delle parti di arcobaleno tutte attorcigliate.
Appena una goccia d’acqua sta per r
aggiungere il Pianeta Arcobaleno tutti gli abitanti vengono avvisati da una sorta di Bruco giallo, verde, azzurro e rosso per riunirsi nella Piazza del Sole.

Gli abitanti del Pianeta Arcobaleno sono tutti diversi tra una fascia di colore e l’altra.
Il popolo dei Baloons è quello che occupa la fascia
rossa dell’arcobaleno. Sono degli individui molto strani, con la faccia da maialino. Hanno il guardaroba tutto uguale: maglia a maniche corte con cappuccio e con disegnato perfettamente al centro della maglia un palloncino, che gli permette di sapere come risolvere un problema. Invece i pantaloni sono tutti rossi.
Quelli più vicini alla Piazza del Sole sono gli abitanti della fascia
gialla.
Sono identici a quelli della fascia
azzurra: delle specie di cagnolini marroncini con le gambe corte e le orecchie lunghe. Nelle fasce verdi e viola i personaggi sono molto legati tra loro e vengono chiamati Pincopalli (nella fascia verde) e Pallini (nella fascia viola).
L’unica fascia disabitata è quella arancione: un tempo era abitata, ma un incidente fece scomparire tutti i suoi abitanti.
Tra le diverse fasce non ci sono barriere e ciò è dovuto al fatto che si vogliono tutti molto bene fra loro.

Un tempo, sul Pianeta Arcobaleno tutte le fasce, compresa quella arancione, erano abitate.
Era un giorno speciale, in cui nella fascia arancione si festeggiavano i 100 anni della scoperta del Pianeta. Era una festa molto vivace e anche abbastanza rumorosa.
Anche allora c’era la regola che se una goccia avesse toccato il Pianeta, es
so sarebbe scomparso.

Durante i festeggiamenti una goccia di pioggia stava per poggiarsi sul Pianeta Arcobaleno e subito il Bruco fu pronto a fare il giro del Pianeta per riunire tutti nella Piazza del Sole. Solo due abitanti della fascia arancione si erano accorti del passaggio del Bruco e avevano cercato di avvisare anche gli altri della situazione, ma invano. Questo accadde perché le due voci non bastavano per far sentire a tutti quello che volevano dire. Riuscirono a trovare un megafono, per inoltrare il messaggio a tutti. Si misero tutti a correre verso la Piazza del Sole, ormai erano a quasi un metro da lì… ma la goccia di pioggia era già atterrata sul Pianeta Arcobaleno.
E così andò a finire: tutti gli abitanti della fascia arancione erano scomparsi col Pianeta Arcobaleno, ma a differenza di lui gli abitanti non ricomparvero per l’eternità.

venerdì 20 maggio 2011

Un mondo di dolci =P


Un tempo le città erano tutte fatte di dolci, caramelle, torte e cioccolato. 
Erano molto profumate e di colori diversi: giallo, rosso, rosa, verde... una cosa favolosa!! 
Quello che più mi piaceva era tutto l'universo. Ogni stella veniva rappresentata da un pasticcino o da una torta proporzionata in base alla grandezza della stella. Erano tutte diverse e ognuna aveva un profumo diverso. Nessuna, neanche una, aveva lo stesso odore di un'altra. Ora però non ci sono più tutti questi pianeti a pasticcini, ne è rimasto solo qualcuno. 
In tutto l'universo c'era solo un castello, che conteneva tutti tipi di cioccolatini, caramelle e tutti i gli altri tipi di dolciumi presenti nell'universo. 
Uno dei pianeti più belli, che però ora è sparito, era il pianeta ciambella. Era l'unico pianeta dell'universo in cui gli abitanti si mettevano a mangiarlo durante il giorno, e durante la notte si ricreava. Gli abitanti non potevano camminare o muoversi naturalmente perché loro non avevano le gambe, ma avevano dei bastonci per il gelato e il corpo, non per niente, era un gelato, però indissolubile. Sembrava impossibile, ma tutti conoscevano tutti e si volevano bene. In quel paese non conoscevano né la guerra né il litigio.
Un giorno però, arrivò
il terremoto il nemico  del re che, come per magia, fece entrare nelle teste degli abitanti il litigio e la guerra. Da quel giorno tutti si misero a litigare e distrussero la loro città. A quel punto il re impazzì e chiese l'aiuto al suo amico terremoto, che, anche lui, era nemico del nemico terremoto, che arrivò immediatamente sulla città e fece tornare nelle teste degli abitanti l'amicizia, la pace e l'armonia tra tutti.

venerdì 29 aprile 2011

Luke e il gigante


Luke è un ragazzo di 14 anni che è tutto colorato perchè quando tocca una cosa, il suo corpo assorbe colore. Luke ha una personalità solare ed è anche un po' testardo. Lui e gli altri abitanti, diversi da lui, vivono in un mondo di felicità e gioia.Si trova dentro un piccolo raggio di sole dove non piove mai, e c'è sempre un arcobaleno colorato.  
E' un mondo fantastico, ma l'unica cosa triste è che è governato da una perfida oca, che se qualcuno non ubbidisce ai suoi ordini lo spedisce sulla terra vera e propria.  
Nella piazza del paese c'è una casa gigantesca dove vive l'oca.  
Luke è l'unico del suo paese ad essere colorato e nessuno lo capisce, quindi il suo sogno è di essere un eroe. Un giorno, la perfida oca spalanca la porticina della casa di Luke e rapìsce i suoi genitori. Disperato Luke decide che c'è solo una cosa da fare, andare nella zona della tristezza dove vive un gigante. Con il cuore in gola Luke entra nella casa, è deserta, ma ad un certo punto sente la terra tremare e arriva il terribile e temibile Gigante.
Il Gigante non é cattivo come pensano tutti, in realtà è buono come le caramelle.
Luke racconta senza timore la sua storia e scopre che in fondo lui e il Gigante sono uguali perchè entrambi non sono capiti da nessuno.
Gigante é l'ultimo della sua specie, in questo mondo. L'oca è il suo animale domestico, ma con un inganno é riuscita a intrappolare il gigante.
Ma ora è la volta della vendetta, Luke sale sulle orecchie del gigante e sussurrando gli dice:"Non avere paura, ci sono io con te: andiamo a farci un petto d'oca e strapazziamo le sue adorabili uova tatatatan."
Allora il Gigante prende la rincorsa, sfonda la porta del castello, manda l'oca nel forno e diventa il nuovo re. Promette di governare felicemente e garantìsce il posto di eroe a Luke.



Lamborlandia

C’era una volta il paese di Lamborlandia, sul pianeta Bourn.

I suoi abitanti dormivano durante il giorno e, quando era notte, giocavano, mangiavano e lavoravano.

A Lamborlandia crescevano tante piante strane: gli alberi avevano la chioma gialla, perché nelle foglie scorreva la giallofilla, e il tronco rosso; dalla corteccia spuntavano delle spine appuntite; i fiori sembravano vermi arancioni usciti dal terreno.

Le case erano dipinte di viola e non avevano neanche una finestra.

A Lamborlandia c’erano anche due grattacieli. Uno era altissimo, il più alto di tutto il pianetaBourn, l’altro era più basso, circa la metà del primo.

Il grattacielo più alto era del signor Jason Jill, ricco proprietario di una ditta di automobili volanti. Jason Jill era un signore non molto alto, con le gambe corte e le braccia lunghe. Aveva una barba lunga e ruvida e i capelli castani tagliati corti e pettinati a spazzola. Indossava un paio di occhiali rotondi che gli davano un’aria da scienziato un po’ pazzo.

Il grattacielo più basso era invece del signor Torg Jenny, ricco commerciante di gioielli. Torg Jenny era un signore che cercava di assomigliare il più possibile a Jason Jill e quindi si pettinava come lui, portava gli stessi occhiali e aveva la stessa barba, ma un po’ più ispida. Era piuttosto vanitoso e indossava sempre una collana d’oro molto preziosa.

Un giorno Torg Jenny decise di costruire altri piani sul suo grattacielo, perché voleva che diventasse più alto di quello di Jason Jill. Ma Jason Jill non era d’accordo. Così iniziarono a litigare e la lite durò un anno intero.

Jason Jill and Torg Jenny erano sempre arrabbiati e dedicavano tutto il loro tempo libero a litigare fra loro. Non avevano più tempo per giocare con i loro figli, per divertirsi, per andare a ballare o al cinema. Finché ad un abitante di Lamborlandia venne un’idea: invece di continuare a litigare, i due signori avrebbero potuto provare a diventare amici e fare pace.

Jason Jill e Torg Jenny ascoltarono il suggerimento e decisero che da quel giorno Lamborlandia avrebbe avuto due grattacieli della stessa altezza, e loro, invece di preoccuparsi solo del successo, si sarebbero dedicati agli abitanti di Lamborlandia. Da quel giorno tutti vissero felici e contenti e non ci furono più litigi.




venerdì 15 aprile 2011

Uno spavento per i Bicolori




Il paesaggio che ho disegnato sembra un paesaggio normale, ma non lo è.
Dentro ci vivono creature strane, ma simpatiche. 
Il popolo di queste creature si chiama Bicolore perché ogni creatura ha la pelle di un unicocolore, ma con due tonalità diverse.

Un giorno due di loro, Violetta e Rossetta, si presero un grande spavento.
Si trovavano in riva al fiume, attratte dalle bellissime ninfee, che galleggiavano su di esso. Si sporsero talmente in avanti per ammirarle meglio che caddero nell’acqua.
L’acqua era fredda e la corrente era tanto forte, che iniziò a trascinarle via.
Iniziarono a urlare dalla paura e a chiedere aiuto.
Per fortuna, si trovava nelle vicinanze, sulla sponda del fiume, un salice piangente.
Violetta e Rossetta riuscirono ad afferrare i suoi lunghi rami ed aspettarono di essere tirate fuori da alcuni Bicolori, che nel frattempo, udite le loro grida d’aiuto, erano giunti sul fiume.

Violetta e Rossetta, bagnate fradice e infreddolite, ringraziarono i loro soccorritori, felici di essere state salvate.

No Head: un nome una leggenda



No head è uno zombie che riesce a staccarsi la testa così la tiene sempre sotto braccio, ha i vestiti tutti strappati e la pelle grigia e su alcune parti del corpo manca la pelle e si vedono gli organi interni.
La cosa più importante da dire su di lui è che vive a Black City ed è capo di una banda di zombie. Black City è una grande città abbandonata e i suoi campanili ogni 20 minuti suonano le campane da soli.
Case, negozi abbandonati e ogni tanto le porte delle case si aprono e cominciano a scricchiolare.
I negozi hanno ancora del cibo negli scaffali, i vermi sono tutti intorno a cercare di aprire le scatole.
Black City è una città sempre buia e fredda con un sacco di cimiteri dove vivono gli zombie.
Visto che Black City una volta era una città normale ha anche un lunapark con giostre rotte o mal funzionanti e ogni tanto gli zombie ci vanno a divertirsi.
No Head è il capo di una banda di zombie e lui e la sua banda di solito vanno in giro a distruggere tutto, le mamme zombie rinchiudono i loro piccoli per paura che se la sua banda li prendesse farebbe loro del male; la polizia cercò pertanto di prenderli, ma furono molto furbi, riuscirono sempre a scappare prima che venissero a prenderli..
Quella volta però la polizia fu più furba di loro, senza farsi vedere si avvicinò con la sirena spenta e quando fu abbastanza vicina cominciò ad andare a massima velocità e in un attimo cominciò a sparare tranquillanti per prenderli.
Erano 10 e tutti e 10 cercarono di proteggere il loro capo No Head.
No Head riuscì a scappare, ma tutti gli altri suoi amici furono presi, però lui promise che li avrebbe fatti evadere.
Così il giorno dopo senza farsi vedere, da dietro uccise la guardia e con un piede di porco li fece evadere come promesso.
Per un po’ dovettero stare tranquilli, ma passato qualche mese, poterono uscire di nuovo, però non vollero più fare i vandali.

venerdì 1 aprile 2011

Volare è bellissimo! ( CREDO)



Fin da quando ero piccola ho sempre desiderato volare per poter arrivare fino allo spazio e vedere se realmente gli extraterrestri esistono!Mi piacerebbe volare per andare a scuola, andare al mare, al posto di prendere l'aereo.
Mi piacerebbe buttarmi giù dall'aereo senza le
attrezzature e usare le mie innate capacità di volo!
Voi non lo sapete, ma io ho le ali.
Vorrei passare il resto della mia vita volando!!!!!!!!!!!


Il mistero del blackout improvviso

Era una bella giornata di sole e nella città tutto era tranquillo. Anche per il nostro investigatore, Foongus, andava per il verso giusto finché un blackout improvviso rovinò la giornata agli abitanti della città.
Gli abitanti funghi erano disperati perché senza elettricità non potevano fare niente: quando la città era buia per i turisti sembrava abbandonata. Ed ecco Foongus, l'investigatore andare sulla scena del "crimine" per capire chi fosse il responsabile. Provò a parlare con il capo della torre elettricità per sapere se aveva visto qualcuno provocare il blackout: rispose di no. Chiese a tutti gli abitanti della città, ma la risposta era sempre la stessa: no! Allora decise di uscire dalla città e trovò una traccia: delle forbici e un filo della corrente elettrica. Forse Foongus ha già capito chi fosse stato, ma aveva bisogno di più indizi per accertarsi che fosse lui il colpevole: tutto era contro di lui.
Ecco che Foongus vide Coso Misterioso, un turista dal nome impronunciabile perché avrebbe potuto far esplodere qualcosa. Gli chiese se lui aveva provocato il blackout dato che aveva provocato danni alle ad città, ma lui negò, impassibile come sempre. Foongus sapeva già che Coso Misterioso era un sospettato e, dopo tutto quello che aveva fatto in passato, sapeva che era stato lui.
Fu condannato a restare in prigione per due anni e adeso sì che la giornata andava per il verso giusto.

giovedì 24 marzo 2011

DOVE MI PIACEREBBE VIVERE ;-)

Mi piacerebbe vivere in un libro che tutti conosciamo: ' Cappuccetto Rosso ' perchè quando ero piccolo avrei voluto essere il cacciatore o almeno l'aiutante del cacciatore che salva Cappuccetto Rosso.
Adesso non mi piace più leggere questa storia, ma quando sento qualcuno che ne parla, mi torna in mente.
Anche la descrizione del paesaggio mi ha sempre colpito, a chi non piacerebbe vivere in una zona così verde, con boschi, alberi e tutto il paesaggio montano?
Esistono un sacco di versioni diverse, che parlano di Cappuccetto Rosso e della sua mini avventura e se entrassi in una di esse vorrei viverci un'avventura super bella. Per esempio se il lupo tornasse potrei aiutarlo a sconfiggerlo di nuovo, però mi piacerrbbe che arrivasse un nuovo antagonista e non per forza un animale, ma anche un uomo, come un cacciatore che vuole catturare tutti gli animali del bosco e portarli via.
In qualsiasi caso, non mi importa di quale avventura si tratta, basta che ne possa vivere una, l'importante è che non sia una storia noiosa, altrimenti me ne vorrei rimanere nella realtà.